il teatro siamo

il teatro siamo

da due stagioni propongo una stagione al teatro san martino di bologna.
parlo in prima persona ma intendo un plurale che ne coinvolge tante altre.
principalmente le persone che sono il teatro san martino di bologna e poi quelle che hanno voluto e vogliono portare il proprio lavoro all’attenzione delle persone che sono il pubblico.
da elena bucci a marco manchisi, nei due anni in cui sono il responsabile della direzione artistica.
da elena bucci a marco manchisi, incontrando marco sgrosso, teatro del lemming, balletto civile, davide enia, ascanio celestini, ilaria drago, immobile paziente, santasangre, accademia degli artefatti, emma dante, zimmerfrei, teatrino clandestino, laminarie, teatro i, scena verticale, florian, habillè d’eau, tangram teatro, massimiliano civica, werner waas e quellicherestano, arturo cirillo, roberto castello e aldes, sistemi dinamici altamente instabili, daria de florian, lacasadargilla, gruppo elettrogeno, silvia avallone e mariangela gualtieri, vincenzo schino, alessandro berti e stefano pilia, gaetano coltella, simona bertozzi, roberto bacci e pontedera teatro, daniele timpano, teatro delle albe, antonio latella, lenz rifrazioni, alfonso benadduce, tony clifton circus, muta imago, letizia russo, oscar de summa, masque teatro, fanny & alexander, compagnia laudati danza e fortebraccio teatro.
il programma dell’anno scorso e quello della stagione in corso, da elena bucci a marco manchisi, per come ognuno sceglie.
da elena a marco, come fossimo partiti tutti insieme, come fossimo rimasti tutti con leo.
la recente scomparsa di perla peragallo e leo de berardinis lascia un messaggio personale a tutti.
per noi coincide con l’occasione di spostarci da roma a bologna.
non c’è pretesa di riferimento, ovviamente. soltanto non resistere al fatalismo che ci governa.
non resistere è quanto stiamo facendo. provando a reclamare.
all’opposto invece di quanto abbiamo cercato di fare in questi anni.
parlo da un punto di vista teatrale e quindi artistico, politico, sociale, antropologico e per certi versi anche geografico.
non resistere.
piuttosto “perdere”, provare a perdere davvero, come in questi anni ho capito d’aver imparato dal teatro.
perdere è una nuova speranza. costante.
soltanto insieme. da soli e insieme.
come persone e per l’incontro con le altre persone che diventa teatro.
predisporsi al cambiamento, alle trasformazioni di questa dimensione che è nuova soltanto per la coscienza. poi, credo, sia vecchia quanto l’uomo. e quindi il teatro.
soltanto disarmati, solo senza le proprie vittorie, al di fuori della forza che ci tiene in piedi, spinge, finge, possiamo tornare al teatro.
a mani vuote, svuotate. a mani nude.
pensarsi teatro, sentirsi teatro, essere teatro insieme.
di quale teatro siamo capaci è una domanda che ha risposta solo nella sconfitta e nell’accettare di lasciare le cose.
perdere nelle sue accezioni. nella sua eccezionale possibilità.
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fortebraccio teatro, la compagnia che sono insieme a gianluca misiti e max mugnai, principalmente, si è trasformata nell’unione con “il gruppo libero” di bologna: “libero fortebraccio teatro” è la nuova sigla che ci rappresenta e che racconta di una disposizione.
di un cambiamento, non solo nella condizione, ma soprattutto nella prospettiva.
arrenderci, non resistere alle trasformazioni è quanto abbiamo scelto di inseguire e la prospettiva di chi insegue ci somiglia ormai di più.
questa è l’unica vera dimensione in cui ci rivolgiamo a noi stessi e agli altri.
ho invitato persone al teatro san martino di bologna.
non i loro prodotti. non gli spettacoli, non progetti.
nella libertà di scelta sul cosa e in che modo partecipare, contribuire.
ogni artista, gruppo, compagnia, ci dice un mese prima di venire con che cosa parteciperà, in che forma, modo. un mese prima, solo per un problema legato alla promozione.
questo vuol dire poter cambiare idea nel corso della stagione e prendersi la responsabilità di condividere la direzione artistica, il percorso che diventa spazio comune.
noi ci poniamo nell’attenzione dell’ospitalità, nella cura dell’accoglienza con tutto quanto abbiamo. non è molto questo nostro poco, ma è proprio tutto quello che abbiamo.
insieme alla prospettiva che diventa insieme.
insieme alla condivisione dello stare e del pensiero.
d’una disposizione che diventa disponibilità.
siamo tutti lo stesso palcoscenico.
siamo la stessa platea.
non svolgo la mia funzione da selezionatore. non sono il direttore che sceglie dentro ad un giudizio. non costringo gli altri dentro un mio progetto. e non me ne invento uno dopo aver scelto gli altri.
il progetto è condiviso dall’inizio. la stagione ha una firma collettiva.
è la risultante di quanto ognuno sceglie liberamente di portare al san martino.
la mia unica richiesta è che ci sia un momento almeno d’apertura. da almeno uno al più possibile. “sempre aperto teatro san martino”, come già l’onorevole teatro casertano chiamò il suo teatro garibaldi.
è un’intenzione quotidiana , capace di governare ogni cosa, perché se lo stare in scena ha il suo fondamento “nell’ascolto e nella relazione”, ascolto e relazione possono essere i concetti guida di ogni stare.
del pensiero, dei progetti e degli spettacoli che penso soltanto e sempre come proposte.
spettacoli che non dicono, non sanciscono, non raccontano, non pretendono, non decretano.
spettacoli che sono materia incompleta, che non possono essere provati veramente, ma solo preparati, portati da persone all’attenzione di altre persone.
come mi ha insegnato perla, preparati per un appuntamento,
spettacoli che fanno a cambio dalla platea con quanto questa sente.
il teatro cambia in platea. ogni sera. la platea ci cambia. e ci trasforma.
a questo ho scelto di non resistere. questo è quello che ho accettato.
e questo è quanto vorrei che il pubblico sapesse, ricordasse, dentro alla coscienza dell’essere a teatro, dentro allo spettacolo che è la platea ogni sera.
il teatro succede non sulla scena, ma in quello spazio che c’è tra platea e palco.
tra persone e persone.
lì in mezzo.
il teatro ci lascia e torna a noi cambiato. arriva a noi come qualcosa da tenere per un po’ di tempo, che non è possibile trattenere. che è da restituire, da consumarsi e rialimentare.
il teatro non appartiene a nessuno. nessuno lo detiene.
il teatro non è, il teatro siamo.
per questo c’è bisogno di tutti, per come siamo, quanti,
e delle differenze.

roberto latini