veniamo da un progetto _ “dell’anima e delle forme” _ dentro il quale abbiamo sviluppato il rapporto tra l’io e l’altro attraversando la ballata del vecchio marinaio di coleridge, le apparizioni degli spettri in shakespeare e il caligola di camus.
approdiamo in una dimensione sonora scaturita naturalmente da quella che è già una modalità per noi, una cifra stilistica e una condizione pratica dallo sviluppo teorico che più ci appartiene e ci somiglia.
radiovisione è il termine con cui abbiamo scelto di siglare questa modalità.
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c’è un legame sempre con lo spettacolo che ha preceduto il nuovo.
decidiamo di continuare, di ripartire, non di azzerare per cambiare.
la dimensione della cecità di edipo è il motore di una riflessione che si fa scenica tenendo come obiettivo il buio e tutto quello che può contenere.
la traduzione passa per la riscrittura del mito, ma ci piace pensare di riuscire a portarci dietro la rottura dello specchio di caligola dentro il quale l’imperatore romano smette di vedersi vivere.
arriviamo a edipo proprio per questo.
e dentro al buio troviamo l’io e l’altro che lasciano il posto all’io e al non-io.
soltanto o principalmente, non è una categoria, è una condizione.
come gli interrogativi che forse tutti insieme valgono uno solo: perché?, o la figura di antigone, unica capace di una qualche relazione con il padre che si esilia e si condanna a vivere.
abbiamo creduto a edipo. abbiamo pensato che sarebbe stato più facile uccidersi. e meno doloroso.
lo abbiamo allora soltanto riassunto nei passaggi fondamentali. uccidere il padre e giacere con la madre, renderla ancora madre dopo averla resa vedova e sposa dell’assassino del marito.
la mostruosità non è descrivibile precisamente. il bello ci piace e il sublime ci attrae. la mostruosità è kantianamente sublime. e può essere possibile, abbiamo pensato, soltanto entrando nel non-mondo della sospensione. altrimenti sarebbe insostenibile. indescrivibile. intraducibile anche teatralmente.
edipo è suo padre e sua madre. è sua figlia. è l’oracolo e il suo destino, forse ad un certo punto è anche tiresia. è il cieco veggente. lo sconosciuto a se stesso. straniero alla sua stessa storia. alieno alla sua natura. è un moto circolare e ciclico.
un vagare nell’esilio intorno a se medesimo.
è l’impossibile che si manifesta e si incapacita.
è un suono vicinissimo.
è cadere.
lo scambio che confonde la follia.
un confine indifendibile.
un rifiuto.
la latenza.
la condanna.
troppo umano.
improvvisa conoscenza.
cortocircuito.
il buio.
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entriamo,
cercando qualcosa che non c’è,
per trovarla.
roberto latini